Prima pagina

La fine delle finzioni

L'assalto di Trump al Veneuela

27 Gennaio 2026

Il dominio degli USA sull'America Latina è in declino da decenni, via via che gli Stati della regione si sono sviluppati e la Cina ha acquisito un’influenza regionale. L'attacco di Trump è stato un affondo alla “gestione della crisi di egemonia”. Il blitz è avvenuto quando il regime di Maduro aveva già esaurito la propria base popolare di appoggio

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Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno condotto un'operazione militare diretta contro il Venezuela. Le forze statunitensi hanno bombardato obiettivi all’interno e nei dintorni di Caracas, hanno colpito la rete elettrica, ucciso oltre cento persone e rapito il presidente in carica del Venezuela, Nicolás Maduro, insieme a sua moglie, Cilia Flores.

Nel giro di poche ore il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero “governato” il Venezuela fino a quando una “transizione sicura” non fosse stata completata.
Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha proiettato l'avvertimento su scala regionale: «Se vivessi all'Avana... mi preoccuperei». Trump ha minacciato anche altri paesi – Colombia e Messico inclusi – dimostrando ancora una volta che non si tratta di democrazia, si tratta di sottomissione.

L'operazione è stata presentata al mondo come qualcosa di molto più limitato di quanto fosse. Rubio l’ha definita un'«azione di polizia». Trump l'ha descritta come un'operazione di «contrasto alla droga». Altri hanno invocato la democrazia e lo stato di diritto. Ma nella conferenza stampa di Trump post-invasione la parola democrazia non è apparsa nemmeno una volta.
Ciò che è successo quel giorno non è stata l'applicazione della legge. Non è stata un’operazione antidroga. E non aveva nulla a che fare con la democrazia. È accaduta invece la rimozione forzata di un capo di stato da parte dell'esercito più potente del mondo, e l'imposizione di un nuovo ordine politico sotto il controllo statunitense.

Il 3 gennaio ha segnato il culmine di una campagna di pressioni e di intimidazioni durata mesi e iniziata in mare, intensificata attraverso misure di coercizione economica e di pirateria e terminata con le bombe su Caracas e il rapimento di un capo di Stato.

Ma ha anche segnato qualcosa di più grande della vicenda del Venezuela. Ha segnato una nuova fase dell'affermazione imperiale statunitense: una fase definita con il prendere apertamente l'autorità politica, imporre tutela neocoloniale e l’abbandonare il diritto internazionale ogni volta che questo ostacola gli obiettivi di Washington. Ha rappresentato il momento in cui persino la finzione di un “ordine basato sulle regole” è stato abbandonato.


IL PRELUDIO CARAIBICO

Durante la fine del 2025 gli Stati Uniti hanno condotto un'ondata di attacchi contro navigli nei Caraibi meridionali vicino al Venezuela con il pretesto di “combattere il traffico di droga.”
Non era, questa, un'ordinaria operazione antidroga. Invece di abbordare ed effettuare arresti, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a sanzioni militari: distruggendo le imbarcazioni, uccidendo persone colpendole dal cielo e rendendo il tutto uno spettacolo pubblico.

Alla fine di dicembre, decine di attacchi avevano ucciso circa cento persone in mare, senza prove trasparenti, indagini giudiziarie o chiara identificazione di chi fossero le vittime o cosa avessero trasportato. Rubio si vantava apertamente della nuova dottrina: invece di bloccarli, «su ordine del presidente li abbiamo fatti saltare in aria». Trump ha esplicitamente descritto il tutto come intimidazione: «Quando guarderanno quel video, diranno: 'non facciamolo più'».
Il punto non era l'applicazione della legge, ma il precedente: affermare il diritto di giustiziare sommariamente civili con un bombardamento dall’alto, al di fuori di qualsiasi guerra dichiarata, basandosi esclusivamente su rivendicazioni unilaterali degli Stati Uniti.

Lo stesso pretesto era sottile come carta. La maggior parte del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti passa attraverso il Pacifico e non i Caraibi, e il fentanyl entra in modo massiccio attraverso il Messico. Il Venezuela è storicamente un paese di transito, non un grande produttore. Anche se la corruzione e le reti criminali esistono, la vera questione è stata il passaggio da “il traffico di droga esiste” a “facciamo esplodere le barche e uccidiamo persone”. Il traffico di droga funziona come un simbolo che si può replicare – come 'terrorismo' o 'armi di distruzione di massa' – una giustificazione che può essere invocata ogni volta che l'impero vuole autorizzare per sé l'uso della violenza illimitata.

Questa campagna marittima è stata affiancata da coercizione economica e pressione sul petrolio. Alla fine del 2025 gli Stati Uniti hanno sequestrato il greggio venezuelano e imposto una logica di blocco alle petroliere autorizzate. Alla domanda su cosa sarebbe successo al petrolio sequestrato, Trump ha risposto con non curanza: «lo teniamo noi, immagino». Non era un'applicazione delle leggi, era pirateria internazionale: furto sfacciato mascherato da legge.

Tutte assieme, queste misure hanno creato le condizioni per il 3 gennaio: una configurazione prebellica di accerchiamento militare, strangolamento economico, pressione dell'intelligence e guerra psicologica.

Tale escalation non ha seguito una linea retta dalle sanzioni alle bombe. C’è stato anche un periodo di riavvicinamento, e Nicolás Maduro si è dimostrato più che disposto a collaborare.

Nel gennaio 2025 l'inviato di Trump è arrivato a Caracas e ha raggiunto un accordo: il Venezuela avrebbe rilasciato diversi prigionieri statunitensi e accettato i migranti espulsi dagli Stati Uniti. Maduro ha partecipato attivamente alla politica di deportazione di Trump, inviando la Conviasa – la compagnia aerea nazionale del Venezuela – nel territorio statunitense per raccogliere i venezuelani espulsi. Ha parlato pubblicamente di un «nuovo inizio» nelle relazioni tra i due paesi.

La ragione di questa buona volontà era semplice. La priorità di Maduro era l'alleggerimento delle sanzioni, la preservazione di una linea di salvezza per l'esportazione di petrolio e, soprattutto, il mantenimento del potere. Voleva un po’ di respiro e accesso alle entrate. E ha palesato, ripetutamente, di essere disposto a fare concessioni di vasta portata per ottenerli.

Con la prosecuzione delle trattative nel corso del 2025, soprattutto nei mesi precedenti ottobre, queste offerte sono diventate più estreme. Maduro ha proposto di dare all'amministrazione Trump una quota dominante sulla ricchezza petrolifera e mineraria del Venezuela: proprietà maggioritaria, controllo decisivo sui consigli di amministrazione, sui bilanci e sulle strategie, e la capacità di scavalcare la posizione dello stesso Stato venezuelano. Questo ha rappresentato un’intensificazione qualitativa nella lunga rottura di Maduro con il nazionalismo di Chávez sulle risorse naturali e con i requisiti costituzionali sul mantenimento del controllo di maggioranza da parte della PDVSA. In termini semplici, si trattava di un’accettazione neocoloniale. Qualcosa che non può essere descritto come antimperialista in nessun modo.

Maduro ha anche offerto l’apertura di progetti petroliferi e auriferi, esistenti e futuri, alle aziende statunitensi, la concessione di contratti preferenziali, di invertire le esportazioni di petrolio dalla Cina verso gli Stati Uniti e di tagliare drasticamente i contratti con aziende cinesi, iraniane e russe. Non era certo resistenza. Era puro allineamento offerto da Caracas a Washington.

Una delle ironie più amare di questi passaggi politici è stata che, una volta presentate queste offerte, il programma di Maduro è diventato sempre più indistinguibile dalla storica agenda della “porta aperta” di María Corina Machado, la quale ha sempre promesso le risorse del Venezuela al capitale straniero sotto condizioni neoliberiste aggressive.


DAL RIAVVICINAMENTO ALL'AGGRESSIONE

Se Maduro era disposto a negoziare e offriva tutte queste concessioni, perché allora tutto è finito con bombe e sequestri? Perché la strategia di Trump in Venezuela non è mai stata semplicemente bilaterale. È stata una stratedia di gestione della crisi di egemonia USA: uno sforzo di riaffermare il dominio emisferico statunitense in condizioni di declino e usare il Venezuela come caso dimostrativo per l’intera regione, specialmente per disciplinare gli Stati che si tutelano attraverso la Cina, la Russia o l’Iran.

Ecco perché l'operazione è stata concepita come uno spettacolo. Non bastava ottenere concessioni pacifiche. Il potere doveva essere messo in scena: doveva essere la dimostrazione della capacità di colpire un paese sovrano, rimuovere il suo presidente in meno di novanta minuti e inviare un messaggio all'emisfero americano. Il messaggio, come disse l'ambasciatore statunitense all'ONU: “Questo è il nostro emisfero”. È la dottrina Monroe rilanciata con forza bruta.

In un momento in cui l'egemonia statunitense basata sul consenso si sta erodendo, il Venezuela rappresentava una violazione inaccettabile: le più grandi riserve petrolifere del mondo allineate con i rivali statunitensi, e sempre più integrate in circuiti commerciali e finanziari alternativi.
Dopo il blitz, Washington ha reso esplicite le sue priorità: accesso privilegiato per le aziende statunitensi, rottura dei rapporti con gli avversari designati e riorientamento dell'economia e della politica venezuelana nell'orbita statunitense. Ecco perché il 3 gennaio non può essere inteso come un mero sequestro del petrolio. Fa parte di una più ampia lotta imperiale su mercati, materie prime, rotte commerciali e sfere d'influenza in un contesto di crisi crescente del capitalismo globale.
Il rapporto National Security Strategy 2025 afferma apertamente questo: gli Stati Uniti «riaffermeranno e faranno rispettare la dottrina Monroe» e negheranno ai concorrenti non appartenenti allo stesso emisfero il controllo sui suoi asset strategici. Il Venezuela – manodopera a basso costo, regolamenti smantellati, risorse abbondanti e un tessuto sociale distrutto – viene trattato sia come un avvertimento che come un'opportunità: un luogo per espellere potenze rivali e reimporre, con la forza se necessario, l'ordine imperiale.


DENTRO IL VENEZUELA

La storia interna venezuelana spiega perché tutto ciò è stato così facile.

È stato così facile perché il processo bolivariano era stato svuotato – politicamente, socialmente e materialmente – dalla svolta autoritaria, antioperaia e neoliberista di Maduro. Per più di un decennio il Venezuela ha subito un collasso economico e la devastazione sociale. I salari sono stati polverizzati, i servizi pubblici sono crollati e milioni di persone sono state costrette ad emigrare.
Il salario minimo è sceso a livelli da fame (meno di un dollaro USA al mese), spingendo la sopravvivenza sulle le rimesse dall’estero, il lavoro informale e i bonus governativi discrezionali.

Anche la repressione si è intensificata: contro sindacalisti, contro i difensori dei diritti umani, i critici di sinistra, i militanti locali e i lavoratori che lottano per i diritti costituzionali. Maduro ha incarcerato i lavoratori petroliferi e i leader sindacali, irreggimentando i lavoratori per attrarre capitali e mascherando il progetto con un linguaggio socialista. Attraverso strumenti come la Legge Antiblocco del 2020 il governo ha firmato contratti segreti, privatizzato a porte chiuse e aggirato il controllo democratico violando i requisiti costituzionali.

Ciò ha prodotto due conseguenze.
In primo luogo, il sentimento antimperialista si è incrinato. Sotto Chávez, un assalto esterno avrebbe innescato una mobilitazione di massa. Sotto Maduro, l’antimperialismo è diventato precario, perché il regime stesso ha esaurito e tradito la sua base sociale. In una società martoriata molte persone si sono demoralizzate o addirittura sono state tentate dall’illusione che l’intervento degli Stati Uniti potesse offrire una via di fuga. Questa illusione è tragica, ma è stata prodotta da anni di immiserimento e repressione.

In secondo luogo, lo Stato stesso è divenuto più compatibile con la tutela neocoloniale. Un regime che già governa attraverso accordi segreti, aperture neoliberiste e repressione dei lavoratori è strutturalmente più capace di fare concessioni al potere imperiale, perché il suo progetto centrale non è più l’emancipazione popolare ma la sopravvivenza del regime e l’accumulazione capitalista sotto un dominio autoritario.

Quando gli Stati Uniti hanno attaccato, l’“antimperialismo” del regime è collassato dentro quello che in gran parte era diventato: un involucro retorico che copriva un apparato pronto a negoziare la propria continuità.


PERCHÉ DELCY RODRIGUEZ E NON MARIA CORINA MACHADO?

Quell’avvertimento regionale e l’aperta dichiarazione di tutela degli Stati Uniti sul Venezuela hanno immediatamente sollevato una domanda che molti si aspettavano avesse una risposta ovvia: perché non è stata insediata María Corina Machado, alleata di lunga data di Trump e la più strenua sostenitrice dell’intervento statunitense, ma invece Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro e pilastro del PSUV?

María Corina Machado non è stata insediata perché Trump voleva stabilità senza occupazione militare. Machado non controlla né lo Stato né l’esercito, che rimane legato al chavismo e al madurismo. Installarla significa rischiare spaccature, conflitti civili e caos, e il caos richiederebbe truppe statunitensi, potenzialmente decine di migliaia di soldati. Questo è esattamente ciò che Trump vuole evitare.

Rodríguez, al contrario, ha offerto continuità amministrativa. L'apparato PSUV è rimasto intatto. Sono rimaste le stesse istituzioni coercitive, e quest'apparato può essere mantenuto in vigore sotto costrizione. L’élite al governo sa cosa sono disposti a fare a Washington. La minaccia di un’escalation diventa una leva permanente.

In breve, Rodríguez può garantire un'ottemperanza priva di simbolismi. Maduro era una figura demonizzata nella politica statunitense, ma anche – per quanto evanescente – un simbolo di sfida antimperiale. Qualsiasi accordo con lui sembrava una contrattazione con un avversario. Maduro avrebbe dovuto anche esercitare una certa sovranità, mantenere cioè un debole atteggiamento nazionalista come legittimità del regime.

Delcy Rodríguez può offrire le stesse concessioni senza lo stesso bagaglio immaginifico. E può farlo all’ombra di un accordo simile a un protettorato. Può chiamarlo “cooperazione”, “dialogo”, “sviluppo condiviso”. Può normalizzare la tutela. Può far apparire un accordo neocoloniale come una transizione.


COLLUSIONE?

Ciò solleva inevitabilmente la questione di una collusione o di una resa negoziata. La velocità dell’operazione, la resistenza minima, la mancata pubblicazione immediata di rapporti trasparenti sulle vittime, la scelta di riconoscere Rodríguez piuttosto che Machado e l’apparente disponibilità della restante leadership a continuare a governare, tutto ciò suggerisce che settori dell’élite al potere erano disposti a sacrificare Maduro per preservare la struttura del potere.

Rodríguez inizialmente ha chiesto la liberazione di Maduro e ha usato un richiamo simbolico rivoluzionario, ma ha rapidamente spostato il tono verso la «collaborazione e dialogo» con gli Stati Uniti e verso il ripristino delle «normali attività», senza mobilitare la resistenza. Nel paese si è vista una maggiore presenza militare e di polizia, ma non una difesa popolare di massa. La priorità del regime è sembrata essere la stabilità e la continuità, non la rivendicazione di sovranità o la resistenza.

Ciò che rimane è il madurismo senza Maduro: un apparato autoritario che amministra le richieste degli Stati Uniti sotto costrizione: uno stato neocoloniale nella pratica, quando non nel nome.


QUESTO ATTACCO ERA LEGALE?

Da un punto di vista legale, l’operazione è stata un chiaro atto di aggressione. Secondo la Carta delle Nazioni Unite, gli Stati non possono usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro paese, se non per legittima difesa contro un attacco armato o con l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nessuno dei due requisiti erano presenti in questo caso. Le stesse parole di Trump – «governeremo il Venezuela» – hanno chiarito che non si trattava di una “operazione di arresto” o dell’applicazione di una legge, bensì di un atto imperiale.

Ma è importante ricordare, come ci racconta il giornalista egiziano Omar El Akkad, che:

«alla fine non esiste un ordine internazionale basato su regole, né diritti umani universali, né giustizia uguale per tutti, ma semplicemente accordi fugaci di convenienza in cui qualsiasi importo di vittime collaterali è ritenuto accettabile purché funzioni nell’interesse dell’impero.»

Questo è il mondo a cui appartiene ciò che accaduto il 3 gennaio.


I COMPITI DELLA SINISTRA

Il compito della sinistra non è scegliere tra la tutela imperiale e il neoliberismo autoritario. È difendere la sovranità costruendo un'alternativa indipendente, operaia e democratica: rompere con il capitale imperiale, porre fine agli accordi segreti di privatizzazione, ripristinare i diritti, liberare i prigionieri politici, ricostruire i sindacati e lottare per i salari.

Il neoliberismo antioperaio di Maduro non proteggeva il Venezuela dall'imperialismo, al contrario lo indeboliva. Svuotando il processo bolivariano, il regime ha smantellato proprio quelle forze sociali capaci di difendere la sovranità dal basso, rendendo il Venezuela più facile da disciplinare e più facile da subordinare.

Quello del 3 gennaio è stato lo scontro tra l'escalation imperiale degli Stati Uniti e l'esaurimento interno del Venezuela, una stagnazione prodotta da anni di austerità, di repressione, e di un regime che ha abbandonato la via dell'emancipazione popolare molto tempo fa.

Cosa succederà adesso rimane incerto. Ciò che è già chiaro è che il Venezuela viene usato come caso di scuola per l'intero emisfero continentale. Una resistenza a tutto questo non riguarda soltanto il Venezuela, ma riguarda il rifiuto della normalizzazione di una nuova era imperiale in cui la sovranità viene abbandonata e il potere imperialistico viene esercitato apertamente e senza finzioni.

Anderson Bean

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